Eleonora Teti ( farmacista e giornalista )
Eleonora Teti ( farmacista e giornalista )

Tra autorevolezza e spettacolo: il farmacista non può dimenticare il peso del camice

I social network hanno cambiato il modo di comunicare di tutti, professionisti compresi. Oggi è normale che anche farmacisti, medici, infermieri e altri operatori sanitari utilizzino Instagram, TikTok o Facebook per raccontare il proprio lavoro, divulgare informazioni e avvicinare i cittadini a temi di salute. È un’opportunità preziosa, che può contribuire a migliorare la cultura sanitaria e a rafforzare il rapporto di fiducia con il paziente.

Ma ogni opportunità porta con sé anche una responsabilità.

Negli ultimi tempi assistiamo con sempre maggiore frequenza alla diffusione di video in cui farmacisti, rigorosamente in camice, tra croci verdi, caducei e banco della farmacia, improvvisano balletti, sketch, lip-sync e contenuti che inseguono mode e algoritmi più che la dignità della professione. Video che magari raccolgono migliaia di visualizzazioni, ma che inevitabilmente pongono una domanda: è davvero questa l’immagine che vogliamo offrire della farmacia italiana?

Non è una questione di moralismo. Nessuno mette in discussione il diritto di sorridere, di comunicare con leggerezza o di utilizzare i nuovi strumenti digitali. Il problema nasce quando il professionista non parla più solo a titolo personale, ma lo fa indossando il simbolo della propria professione.

Il camice non è un costume di scena.

Il camice identifica una figura sanitaria alla quale il cittadino affida dubbi, paure, terapie e, talvolta, momenti di grande fragilità. Rappresenta competenza, autorevolezza, responsabilità. Allo stesso modo il caduceo e tutti i simboli della professione non sono semplici elementi scenografici, ma richiamano un ruolo sociale costruito in decenni di studio, sacrificio e servizio.

Ogni volta che quei simboli vengono utilizzati per rincorrere la viralità a qualsiasi costo, inevitabilmente si indebolisce anche la percezione collettiva della professione.

La farmacia è un presidio sanitario, non un palcoscenico.

La credibilità di una categoria non si misura soltanto nella preparazione scientifica dei suoi professionisti, ma anche nell’immagine che essi restituiscono alla collettività. In un’epoca in cui la disinformazione sanitaria corre veloce sui social, il farmacista dovrebbe distinguersi proprio per la qualità dei contenuti, per la capacità di spiegare, educare e orientare il cittadino.

C’è un’enorme differenza tra usare i social e subirne le logiche.

Esistono centinaia di professionisti che producono contenuti eccellenti: spiegano il corretto uso dei farmaci, chiariscono falsi miti, parlano di prevenzione, vaccinazioni, alimentazione, interazioni farmacologiche. Riescono perfino a essere ironici senza mai rinunciare all’autorevolezza. È la dimostrazione che competenza e comunicazione possono convivere perfettamente.

Diverso è quando il desiderio di ottenere like e follower diventa il fine, relegando la professione a semplice sfondo scenografico.

Ogni farmacista è naturalmente libero di esprimere la propria personalità. Nessuno pretende una comunicazione ingessata o distante. Ma la libertà di comunicare dovrebbe sempre accompagnarsi al senso della misura.

Perché quando si indossa un camice non si rappresenta soltanto sé stessi.

Si rappresenta una categoria.

Si rappresenta una professione sanitaria.

Si rappresenta la fiducia che ogni giorno milioni di cittadini ripongono in chi dispensa non soltanto medicinali, ma consigli, rassicurazioni e competenza.

Forse è arrivato il momento di ricordare che il rispetto della professione non si manifesta solo nello studio continuo o nell’aggiornamento scientifico, ma anche nel modo in cui la si racconta al mondo.

I social sono uno straordinario strumento di divulgazione. Facciamone un luogo in cui il farmacista possa essere riconosciuto per la sua preparazione, la sua affidabilità e il suo valore, non per l’ultimo balletto di tendenza.

Perché il consenso ottenuto in pochi secondi può svanire rapidamente. L’autorevolezza, invece, richiede anni per essere costruita e basta poco per incrinarla.

 Eleonora Teti

Farmacista e Giornalista