GENDER GAP : Il volto nascosto della crisi climatica
GENDER GAP : Il volto nascosto della crisi climatica

Gender gap: il volto nascosto della crisi climatica
Dr.ssa Michela Angioni
Le dinamiche di potere che hanno storicamente prodotto disuguaglianze di genere, fondate su dominio,
sfruttamento e avidità, sono le stesse che oggi alimentano la crisi climatica.
Il cambiamento climatico colpisce con la precisione di un cecchino le popolazioni più fragili e, laddove
esistano disparità sanitarie, economiche o sociali, tende ad amplificarle. Dagli anni Sessanta a oggi il
divario economico tra i Paesi più ricchi e quelli più poveri è aumentato di circa il 25%. Un dato che
evidenzia la profonda iniquità della crisi climatica: le popolazioni che ne subiscono le conseguenze più
gravi sono quelle che meno hanno contribuito a causarla. All’interno di queste popolazioni, le donne
rappresentano il gruppo maggiormente esposto. Circa il 70% degli 1,3 miliardi di persone che vivono in
condizioni di povertà estrema è di sesso femminile, una condizione che limita l’accesso all’istruzione,
alla proprietà della terra, alle risorse economiche e ai servizi sanitari, riducendo la capacità di prevenire
e affrontare gli effetti degli eventi climatici estremi.
Questa maggiore esposizione non deriva esclusivamente dai determinanti sociali, ma riflette anche
specifiche caratteristiche biologiche. La capacità dell’organismo di mantenere costante la temperatura
corporea dipende da una complessa rete di equilibri biochimici. Gli estrogeni, ad esempio, modulano il
tono vascolare, la distribuzione del flusso ematico e l’attività dei circuiti ipotalamici deputati alla
termoregolazione. Quando i meccanismi di termoregolazione non riescono più a compensare l’aumento
della temperatura ambientale, ecco che crescerà anche il rischio di disidratazione, stress cardiovascolare
e colpi di calore. Alcune peculiarità fisiologiche femminili, come una minore produzione di sudore a
parità di stimolo termico e una diversa composizione corporea, possono ridurre l’efficienza della
dispersione del calore, soprattutto durante fasi della vita caratterizzate da profondi cambiamenti
ormonali, come la gravidanza e la menopausa, o in presenza di età avanzata e patologie croniche.
La gravidanza rappresenta uno degli esempi più significativi della vulnerabilità intrinseca femminile.
Durante la gestazione il metabolismo basale aumenta, la gittata cardiaca può crescere fino al 30-50% e
la produzione endogena di calore si intensifica per sostenere lo sviluppo fetale. Il sistema
cardiovascolare deve garantire un’adeguata perfusione della placenta senza compromettere i meccanismi
di dissipazione del calore. L’aumento della temperatura ambientale mette sotto pressione questo delicato
equilibrio, favorendo condizioni di stress termico associate a un maggiore rischio di parto pretermine,
basso peso alla nascita, ipertensione gestazionale, preeclampsia e diabete gestazionale. Le evidenze più
recenti indicano che ogni incremento di 1 °C dell’esposizione al calore durante la gravidanza si associa
a un aumento significativo del rischio di parto pretermine, confermando il cambiamento climatico come
un nuovo determinante della salute materno-infantile.
Anche la trasformazione degli ecosistemi e la conseguente ridistribuzione di alcune specie
contribuiscono a ridisegnare il profilo di rischio per la salute femminile. L’aumento delle temperature
sta favorendo l’espansione geografica di zanzare, zecche e altri vettori, modificando la diffusione di
malattie infettive come dengue, chikungunya, Zika e malaria. Anche in questo caso, le donne in
gravidanza risultano particolarmente esposte perché la fisiologica modulazione del sistema immunitario,
indispensabile per garantire la tolleranza materno-fetale, aumenta la suscettibilità ad alcune infezioni.
Patogeni come il virus Zika possono attraversare la barriera placentare e compromettere lo sviluppo
neurologico del feto, mentre nelle aree endemiche il rischio di sviluppare forme gravi di malaria è fino
a tre volte superiore rispetto alle donne non gestanti, con conseguenze potenzialmente fatali sia per la
madre sia per il bambino.
A tutto questo si aggiunge un pesante carico sulla salute mentale. Numerosi studi mostrano che, dopo
eventi climatici estremi, le donne presentano una maggiore prevalenza di ansia, depressione e disturbo
da stress post-traumatico rispetto agli uomini. Le conseguenze psicologiche si intrecciano spesso con
quelle sociali: nelle aree colpite dalla siccità, ad esempio, molte donne sono costrette a dedicare un
numero crescente di ore alla raccolta dell’acqua, sottraendo tempo all’istruzione, al lavoro e alle
opportunità di emancipazione.
La crisi climatica sta inoltre ridefinendo aspettative, priorità e progetti di vita. In questo contesto si
inserisce il fenomeno dell’ecoansia, una risposta emotiva sempre più diffusa alla consapevolezza della
gravità della crisi climatica. Non si tratta di una patologia, ma di una reazione psicologica coerente con
la percezione di una minaccia che avanza inesorabilmente. Nelle generazioni più giovani questo senso
di responsabilità verso il futuro influenza sempre più spesso anche le scelte riproduttive, alimentando il
dilemma etico del nostro tempo: è giusto mettere al mondo un figlio in un pianeta sempre più esposto a
instabilità climatica, scarsità di risorse e catastrofi ambientali?
Durante il ciclone del 1991 in Bangladesh, il 90% delle 140.000 vittime era costituito da donne; un dato
simile si è riscontrato nel ciclone Nargis in Myanmar nel 2008, dove le donne hanno rappresentato il
61% dei decessi. A spiegare questi numeri così drammatici concorrono diversi fattori: spesso le donne
sono le ultime a evacuare perché si occupano di bambini e anziani; in altri casi hanno un accesso limitato
alle informazioni di allerta; a volte la loro stessa cultura impedisce loro di allontanarsi se non
accompagnate dal marito.
La crisi climatica si trascina dietro un’ombra lunga, con pesanti ripercussioni anche sulla sicurezza
personale. Si stima che circa l’80% delle persone sfollate a causa del clima siano di sesso femminile,
spesso esposte a un rischio maggiore di violenza, tratta e sfruttamento sessuale. Quando i sistemi di
sicurezza e le reti di supporto sociale vengono meno, le donne rimangono isolate in contesti spesso privi
di tutele legali e infrastrutture sicure, esponendole a gravi minacce.
Nell’Africa Sub-Sahariana ogni aumento di 1°C della temperatura media annuale è associato a un
incremento del 4,5% della prevalenza della violenza da parte del partner (IPV). Le ondate di calore non
solo aumentano lo stress psicofisico e l’irritabilità, ma costringono le persone a convivere in spazi ristretti
o a esporsi a maggiori pericoli per reperire risorse, come l’acqua, aumentando le probabilità di
aggressioni e abusi.
Tuttavia, la storia ci mostra che le donne, tra le principali vittime della crisi climatica, possono trainare
il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Una maggiore partecipazione femminile ai processi decisionali
è associata a politiche ambientali più efficaci, a una migliore gestione delle risorse naturali e a risultati
più favorevoli in termini di sostenibilità. Eppure, nonostante la loro voce sia preziosa nelle situazioni di
crisi, restano spesso lontane dai tavoli decisionali. Integrare la prospettiva di genere non è quindi
soltanto una questione di equità, ma una condizione indispensabile per sviluppare risposte più efficaci a
una delle più grandi sfide sanitarie del XXI secolo.
“La disuguaglianza e il cambiamento climatico sono le due sfide gemelle del nostro tempo, e più
democrazia è la risposta per entrambe.” – Heather McGhee