“Il banco della farmacia”
Il banco della farmacia: dove passa tutta l’umanità
C’è chi immagina la farmacia come un luogo ordinato. Silenzioso. Quasi ovattato.
Scaffali perfetti, camici impeccabili, qualche consiglio, una ricetta, un sorriso. Una
routine rassicurante.
Poi c’è la farmacia vera.
Quella dove, ogni mattina, si aprono le porte e insieme ai primi clienti entra un
campionario dell’umanità così vasto da far impallidire qualsiasi studio sociologico.
Perché la farmacia è uno dei pochissimi luoghi rimasti ad accesso completamente
libero. Non serve un appuntamento, non serve un filtro, non serve nemmeno un
motivo particolarmente valido. Si entra. Punto.
Ed è proprio questo a renderla uno straordinario osservatorio sulla società.
Al banco arriva chi ha davvero bisogno di aiuto, chi è spaventato, chi soffre, chi è
solo e cerca qualcuno che lo ascolti cinque minuti. Ma arriva anche chi pretende, chi
ordina invece di chiedere, chi scarica sul primo camice bianco la frustrazione
accumulata altrove. Arriva chi è convinto di sapere più del medico, più del farmacista
e, possibilmente, anche del bugiardino.
Il farmacista diventa così una figura professionale dalle competenze
sorprendentemente trasversali.
Dispensa farmaci.
Interpreta prescrizioni spesso indecifrabili.
Risolve problemi burocratici che non dipendono da lui.
Spiega, per l’ennesima volta, perché un antibiotico richiede una ricetta.
Calma gli animi quando il sistema informatico decide di prendersi una pausa.
Media tra paziente, medico, caregiver e, qualche volta, perfino tra marito e moglie.
Il tutto senza perdere il sorriso.
O, almeno, cercando di non perderlo.
Ci sono giornate in cui il lavoro assomiglia più a quello di un direttore d’orchestra
che a quello immaginato nei libri universitari. Una richiesta si sovrappone all’altra.
Mentre si prepara una terapia, qualcuno domanda un consiglio per il bambino con la
febbre; il telefono squilla; il corriere aspetta una firma; parte un elettrocardiogramma;
arriva una vaccinazione; qualcuno chiede se il parcheggio davanti alla farmacia sia
gratuito.
E naturalmente c’è sempre chi, dopo aver assistito a tutto questo, sbuffa perché “ci
vuole tanto?”.
La verità è che il banco della farmacia è un esercizio continuo di attenzione.
Non basta essere preparati scientificamente.
Occorre cambiare registro emotivo nel giro di pochi secondi.
Passare dalla leggerezza alla gravità.
Dal consiglio cosmetico alla gestione di una terapia complessa.
Dal sorriso con un bambino alla delicatezza necessaria per consegnare un farmaco
destinato a un paziente in fase terminale.
Ogni persona che arriva porta qualcosa oltre alla propria prescrizione: ansia, paura,
rabbia, aspettative, solitudine. Il farmacista le accoglie tutte, spesso senza avere il
tempo di elaborarle prima che ne arrivino altre dieci.
È una forma di ascolto continua.
E l’ascolto, quando è autentico, consuma energia.
Molta più di quanto si immagini.
Esiste poi un fenomeno curioso: più il lavoro del farmacista viene svolto bene, meno
viene percepito.
Se un problema si risolve, era semplice.
Se una terapia viene chiarita, “era ovvio”.
Se un errore viene intercettato prima che produca conseguenze, nessuno saprà mai
che quell’errore esisteva.
È il destino di molte professioni sanitarie: il miglior intervento è spesso quello
invisibile.
Naturalmente non manca la comicità.
Anzi.
Chi lavora al banco potrebbe scrivere un’enciclopedia.
Il cliente che arriva con una foto sfocata di una confezione acquistata “qualche anno
fa”.
Quello che cerca “la pillola bianca, rotonda…”.
Chi pronuncia nomi di farmaci completamente reinventati e pretende che vengano
riconosciuti al primo tentativo.
Chi sussurra una diagnosi imbarazzante come fosse un segreto di Stato, salvo poi
raccontare a voce altissima tutta la storia clinica della suocera.
E ancora le richieste impossibili.
“Mi serve subito.”
“Ma il medico mi ha detto che lo fate.”
“Su internet costava meno.”
Oppure il grande classico:
“Ci metto solo un secondo.”
In farmacia, curiosamente, quel secondo coincide quasi sempre con una consulenza di
venti minuti.
Si sorride, spesso.
Perché l’ironia è una forma di autodifesa.
Non serve a prendere in giro chi entra.
Serve a proteggere chi resta.
Dietro il banco.
Perché, al netto delle stranezze, delle pretese e delle inevitabili maleducazioni, la
farmacia continua a essere uno dei pochi luoghi dove le persone arrivano senza filtri.
Ed è proprio l’assenza di filtri che rende questo lavoro tanto bello quanto
impegnativo.
Negli ultimi anni il farmacista ha visto crescere il proprio ruolo in modo significativo.
Alla dispensazione del farmaco si sono aggiunti servizi, screening, vaccinazioni,
telemedicina, educazione sanitaria e una presenza sempre più centrale nella presa in
carico del paziente sul territorio.
La professione è cambiata.
E continua a cambiare.
Quello che, invece, sembra procedere con maggiore lentezza è il riconoscimento di
questa evoluzione. Non soltanto da parte dei cittadini, che spesso continuano a
identificare il farmacista con “chi consegna la scatola”, ma anche sul piano
professionale e contrattuale. Il mancato rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale,
scaduto nel 2024, è diventato per molti il simbolo di questa distanza: una professione
alla quale si chiede sempre di più, senza che quel “di più” trovi ancora un adeguato
riscontro.
Non è una questione che riguarda soltanto lo stipendio.
Riguarda il valore attribuito a una professione sanitaria che ogni giorno si assume
responsabilità cliniche, organizzative e, soprattutto, umane.
Perché la stanchezza del farmacista non deriva soltanto dalle ore trascorse in piedi o
dalla complessità scientifica del lavoro.
Deriva dall’essere, ogni giorno, il punto d’incontro tra medicina e umanità.
E l’umanità, si sa, arriva senza appuntamento.
Forse è arrivato il momento che anche il racconto di questa professione cambi
prospettiva.
Che si guardi un po’ di più a ciò che accade di qua dal banco.
Perché lì non c’è semplicemente qualcuno che consegna un farmaco.
C’è un professionista che ascolta, osserva, rassicura, intercetta errori, risolve
problemi che spesso non gli appartengono e continua, nonostante tutto, ad accogliere
ogni persona con la stessa disponibilità con cui ha accolto la prima della giornata.
E forse è proprio questa la parte più straordinaria del mestiere.
Che il farmaco, in fondo, è quasi sempre la cosa più semplice da consegnare.
D.ssa Eleonora Teti
Farmacista e Giornalista