Eleonora Teti ( farmacista e giornalista )
Eleonora Teti ( farmacista e giornalista )

Melanoma, creme solari e social: quando la divulgazione smette di essere scienza

Negli ultimi giorni hanno suscitato un acceso dibattito alcune dichiarazioni diffuse sui social dalla dottoressa Debora Rasio, secondo cui il sole non sarebbe responsabile dello sviluppo del melanoma e l’utilizzo delle creme solari sarebbe sostanzialmente inutile, se non addirittura dannoso.

Come professionisti sanitari, tuttavia, non possiamo limitarci a prendere posizione “a favore” o “contro” una persona. Dobbiamo fare qualcosa di molto più importante: analizzare le affermazioni alla luce delle evidenze scientifiche.

Ed è proprio qui che emergono numerose criticità.

Il melanoma non ha una sola causa. Ma questo non assolve i raggi ultravioletti.

Uno degli errori più frequenti nella comunicazione scientifica consiste nel trasformare un concetto complesso in uno slogan.

È vero: il melanoma non è causato esclusivamente dal sole.

Intervengono predisposizione genetica, fototipo, numero di nevi, familiarità, immunodepressione e numerosi altri fattori biologici.

Ma da questo non deriva affatto che l’esposizione ai raggi ultravioletti non rappresenti un importante fattore di rischio.

La ricerca scientifica degli ultimi decenni è concorde nel dimostrare che soprattutto le esposizioni intense e intermittenti, associate alle scottature, aumentano significativamente il rischio di sviluppare un melanoma.

Confondere il concetto di fattore di rischio” con quello di causa unica” significa alterare completamente il significato delle evidenze disponibili.

Lo studio citato non dimostra ciò che viene raccontato

Gran parte delle affermazioni diffuse sui social nasce dall’interpretazione di uno studio osservazionale pubblicato sulla popolazione della UK Biobank.

Lo studio esiste.

Ma le conclusioni divulgate sono profondamente diverse da quelle riportate dagli stessi autori.

È fondamentale ricordare un principio basilare dell’epidemiologia: correlazione non significa causalità.

Lo studio osserva che le persone che dichiarano di utilizzare maggiormente la crema solare presentano una maggiore incidenza di tumori cutanei.

Ma questo dato, da solo, non dimostra che siano le creme a provocare il melanoma.

Esiste infatti un fenomeno ben noto chiamato confondimento per indicazione.

Chi possiede una pelle molto chiara, numerosi nevi o una predisposizione genetica al melanoma tende naturalmente a utilizzare una maggiore protezione solare proprio perché appartiene a una categoria a rischio.

È quindi perfettamente plausibile osservare una maggiore frequenza di melanomi tra coloro che usano abitualmente le creme, senza che queste ne rappresentino la causa.

Gli stessi autori dello studio invitano espressamente a non interpretare quei dati come una dimostrazione di un effetto dannoso delle protezioni solari.

I filtri vengono assorbiti”: vero. Sono tossici”: è tutta unaltra affermazione.

Negli ultimi anni alcuni studi hanno dimostrato che piccole quantità di determinati filtri UV possono essere assorbite attraverso la cute.

Questo dato è reale.

Ma la semplice presenza di una sostanza nel sangue non equivale automaticamente a tossicità clinica.

In farmacologia è una distinzione elementare.

Assorbimento non significa danno.

Per dimostrare un effetto nocivo servono evidenze completamente diverse, che oggi non esistono per i filtri autorizzati utilizzati secondo le indicazioni.

È esattamente per questo motivo che esistono enti regolatori come EMA e le autorità europee competenti: valutare continuamente il rapporto beneficio-rischio sulla base delle nuove evidenze.

La crema solare non è uno scudo magico. Ma nessuno ha mai sostenuto il contrario.

Un altro equivoco molto diffuso riguarda il concetto stesso di fotoprotezione.

Le creme solari non sono pensate per consentire ore di esposizione ininterrotta.

Sono uno degli strumenti della prevenzione.

La corretta fotoprotezione comprende:

  • evitare le ore di maggiore irraggiamento;
  • utilizzare indumenti e cappelli;
  • cercare l’ombra;
  • riapplicare correttamente il prodotto;
  • limitare le esposizioni prolungate.

Ridurre tutta la prevenzione alla sola crema solare significa semplificare eccessivamente il messaggio.

Ma negarne l’utilità rappresenta un errore altrettanto grave.

La vitamina D non è lantagonista della prevenzione

Anche il tema della vitamina D viene spesso utilizzato per sostenere la necessità di esporsi liberamente al sole.

In realtà le due cose non sono in contrapposizione.

Nessuna linea guida invita a evitare completamente l’esposizione solare.

Le raccomandazioni internazionali parlano piuttosto di esposizione responsabile, evitando soprattutto le scottature e gli eccessi.

La medicina raramente si fonda sugli assoluti.

Si fonda sull’equilibrio.

Il vero rischio è la semplificazione

I social network premiano messaggi brevi, categorici e spesso provocatori.

La scienza funziona esattamente all’opposto.

Richiede contesto.

Richiede dubbi.

Richiede interpretazione critica.

Ed è proprio questa distanza tra il linguaggio della ricerca e quello dei social che può trasformare una comunicazione apparentemente efficace in un potenziale problema di salute pubblica.

Il ruolo del farmacista oggi è più importante che mai

Il farmacista rappresenta uno dei professionisti sanitari più facilmente accessibili ai cittadini.

Ogni estate risponde a decine di domande su sole, creme, scottature, nei e prevenzione.

Per questo motivo la sua responsabilità non consiste nell’alimentare la polarizzazione del dibattito.

Consiste nel riportare la discussione sul terreno delle evidenze.

Significa spiegare che il sole è indispensabile per la vita, ma che l’esposizione eccessiva comporta rischi documentati.

Significa ricordare che nessuna crema autorizza comportamenti imprudenti.

Ma significa anche ribadire che negare il ruolo della fotoprotezione nella prevenzione significa ignorare decenni di ricerca scientifica.

La divulgazione non può sostituire il metodo scientifico

La divulgazione sanitaria è uno strumento potentissimo.

Può migliorare la salute pubblica oppure compromettere anni di educazione sanitaria.

Chi comunica medicina gode della fiducia dei cittadini.

Ed è proprio questa fiducia che impone un dovere ancora più grande: rappresentare correttamente il peso delle prove scientifiche, distinguere le ipotesi dai fatti e non trasformare singoli studi in verità assolute.

Perché ogni volta che la complessità viene sacrificata in favore di uno slogan, non perdiamo soltanto precisione scientifica.

Rischiamo di perdere anche la fiducia nelle istituzioni, nella prevenzione e, soprattutto, nella medicina basata sulle evidenze.

Eleonora Teti

Farmacista e Giornalista