A cura della dott.ssa Eleonora Teti
Lettera aperta al Presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Roma, alle istituzioni,
alle organizzazioni di categoria e alla stampa
Siamo professionisti sanitari quando c’è bisogno di noi.
Perché non dovremmo esserlo anche quando si parla di
contratto, salario e diritti?
Sono una farmacista.
Da quasi vent’anni lavoro dietro un banco di farmacia.
Ho visto cambiare profondamente la nostra professione. Ho
visto aumentare le competenze richieste, le responsabilità, i
servizi offerti ai cittadini, gli adempimenti, la formazione
continua.
Ho visto il farmacista diventare sempre più un punto di
riferimento sanitario sul territorio.
E ho visto anche il nostro lavoro essere celebrato, soprattutto
durante la pandemia, quando le farmacie sono rimaste aperte e
noi siamo rimasti al nostro posto, mentre tutto intorno si
fermava.
Per questo oggi faccio una domanda che non vuole essere
polemica, ma che credo sia diventata inevitabile:
quanto vale davvero un farmacista in Italia?
Perché se guardiamo alle responsabilità, alle competenze e al
ruolo che ci viene chiesto di svolgere, la risposta dovrebbe
essere una.
Se guardiamo alla busta paga e alle condizioni di lavoro di
molti colleghi, la risposta rischia invece di essere molto
diversa.
UN CONTRATTO SCADUTO DA OLTRE DUE ANNI
Il dato più difficile da ignorare è questo: il CCNL dei
dipendenti delle farmacie private è scaduto il 31 agosto
2024.
La sua vigenza era prevista dal 1° novembre 2021 al 31 agosto
2024.
Oggi siamo nel settembre 2026.
Sono trascorsi più di due anni dalla scadenza.
Nel frattempo il mondo della farmacia non si è fermato.
Anzi.
La farmacia è diventata sempre più farmacia dei servizi. Il
farmacista è chiamato a partecipare alla prevenzione, alla presa
in carico del paziente, alla gestione delle cronicità, alle
vaccinazioni, agli screening, alla telemedicina e a numerose
attività che ampliano concretamente il ruolo della farmacia
come presidio sanitario di prossimità.
Ma mentre il ruolo cresce, il riconoscimento economico e
contrattuale sembra procedere molto più lentamente.
Ed è proprio questa contraddizione che non possiamo più
ignorare.
DURANTE LA PANDEMIA
ERAVAMO ESSENZIALI
Durante la pandemia nessuno si è chiesto se la farmacia fosse
davvero un presidio sanitario.
Lo era.
E lo è stata soprattutto grazie alle persone che ogni giorno
hanno continuato a lavorarci.
Farmacisti che hanno affrontato paura, rischio, carichi di
lavoro e una pressione emotiva enorme.
Farmacisti che hanno continuato a rispondere alle domande dei
cittadini quando il sistema sanitario era sotto pressione.
Farmacisti che hanno rappresentato, per moltissime persone, il
professionista sanitario più facilmente raggiungibile.
Quella esperienza avrebbe dovuto lasciare una conseguenza
precisa: un riconoscimento concreto del valore della
professione.
E invece, finita l’emergenza, siamo tornati rapidamente alla
normalità.
Una normalità nella quale il nostro ruolo sanitario viene
valorizzato nelle campagne istituzionali e nei documenti sulla
sanità territoriale, ma molto meno quando si parla delle
condizioni di chi quel ruolo lo esercita ogni giorno.
PIÙ COMPETENZE. PIÙ
RESPONSABILITÀ. MA QUANTO
VALE TUTTO QUESTO?
Il farmacista di oggi non è quello di vent’anni fa.
Non può esserlo.
La formazione è aumentata.
La complessità del lavoro è aumentata.
Le responsabilità sono aumentate.
I servizi sono aumentati.
La richiesta di aggiornamento professionale è aumentata.
Eppure, per molti farmacisti dipendenti, il riconoscimento
economico non sembra essere cresciuto nella stessa misura.
Non è soltanto una questione di “quanto entra in busta paga”.
È una questione di valore professionale.
Perché una professione sanitaria non può essere valorizzata
soltanto attraverso parole come “centralità”, “prossimità”,
“prevenzione” e “territorio”.
La valorizzazione deve arrivare anche nella quotidianità di chi
quella professione la esercita.
220 EURO: UN PASSO AVANTI O
UNA RISPOSTA ANCORA
INSUFFICIENTE?
È doveroso riconoscere che nel 2026 Federfarma ha presentato
una nuova proposta per il rinnovo.
La proposta prevede, per il farmacista al primo livello, 200
euro mensili di incremento retributivo, oltre a 20 euro
come elemento di garanzia, per un totale indicato di 220
euro mensili. Per il personale non farmacista la proposta
prevede 130 euro più 20 euro di elemento di garanzia.
È un dato che va raccontato.
Ma va raccontato anche l’altro lato della vicenda.
La proposta non è stata accettata dalle organizzazioni sindacali
e la procedura di raffreddamento si è conclusa senza accordo.
Le organizzazioni dei lavoratori hanno chiesto aumenti
superiori, indicando in circa 360 euro mensili la richiesta per
il recupero del potere d’acquisto e la valorizzazione della
professionalità.
Non spetta a una lettera aperta decidere quale delle due
posizioni abbia ragione.
Ma una cosa può e deve essere detta:
dopo oltre due anni dalla scadenza del contratto, non
possiamo considerare normale che la questione sia ancora
aperta.
Il problema non è soltanto l’importo finale dell’aumento.
Il problema è il tempo.
Il problema è il potere d’acquisto perso.
Il problema è il mancato riconoscimento di una professione
che nel frattempo ha continuato a cambiare.
1700 EURO A ROMA NON SONO
UNA CIFRA ASTRATTA
C’è poi una realtà della quale si parla troppo poco.
Quella della vita quotidiana.
Una retribuzione netta che può collocarsi intorno ai 1.700 euro
mensili, a seconda dell’inquadramento, dell’anzianità e delle
condizioni individuali, può sembrare un numero.
Ma dietro quel numero c’è una persona.
E quella persona può vivere a Roma come a Milano.
Può avere un affitto o un mutuo.
Può avere dei figli.
Può pagare bollette, trasporti, alimentari, scuola, attività
sportive, spese sanitarie.
Può avere un’automobile necessaria per andare al lavoro.
Può semplicemente cercare di arrivare alla fine del mese senza
chiedersi continuamente quale spesa rinviare.
L’Istat ha rilevato che nel 2025 i prezzi al consumo sono
cresciuti in media dell’1,5%, dopo l’1% del 2024; nel luglio
2026 l’inflazione annua era ancora al 2,9%.
E soprattutto, l’Istat segnala che nel secondo trimestre 2026
l’aumento dei prezzi misurato dall’IPCA è stato più marcato
per le famiglie con livelli di spesa più bassi: +3,7%, contro
+2,6% per quelle con livelli di spesa più elevati.
Quindi sì: il potere d’acquisto conta.
E conta ancora di più quando lo stipendio non cresce alla
stessa velocità del costo della vita.
A Roma, 1.700 euro al mese non rappresentano
necessariamente una vita dignitosa.
Per molti rappresentano una continua capacità di rinuncia.
Non è ambizione. È sopravvivenza economica.
E POI C’È IL TEMPO
C’è però una parte di questa storia che non entra nella busta
paga.
È il tempo.
Il tempo sottratto alla famiglia.
Il tempo sottratto ai figli.
Il tempo sottratto a noi stessi.
Il CCNL oggi scaduto prevede una durata normale di 40 ore
settimanali, di norma distribuite su cinque giorni e mezzo.
Ma chi lavora in farmacia sa che la questione degli orari non
può essere ridotta a una semplice cifra.
Ci sono farmacie aperte per molte ore.
Ci sono turni.
Ci sono sabati.
Ci sono festività.
Ci sono esigenze organizzative che cambiano da una farmacia
all’altra.
E c’è una domanda che dobbiamo avere il coraggio di porre:
quanto è sostenibile, oggi, questo modello di lavoro?
UNA PROFESSIONE A
MAGGIORANZA FEMMINILE
La domanda è ancora più importante se guardiamo a chi lavora
nella nostra professione.
Secondo la FOFI, nel 2024 erano circa 72.000 le donne su
105.000 iscritti all’Albo dei farmacisti: oltre due terzi della
professione.
Questo dato non può essere ignorato quando si parla di
organizzazione del lavoro.
Dietro il banco ci sono moltissime donne.
Ci sono professioniste.
Ci sono madri.
Ci sono donne che, ogni giorno, cercano di conciliare il lavoro
con la crescita dei figli.
E spesso questa conciliazione viene considerata una questione
privata.
Non lo è.
È una questione di organizzazione del lavoro.
Perché una professionista non dovrebbe essere costretta a
scegliere tra la propria carriera e la possibilità di essere
presente nella vita dei propri figli.
Non dovrebbe essere considerato un privilegio chiedere una
programmazione degli orari che permetta di organizzare la
propria vita.
Non dovrebbe essere considerato normale che la maternità
diventi un ostacolo alla crescita professionale.
E non dovrebbe essere necessario essere “eroiche” per riuscire
a fare contemporaneamente bene il proprio lavoro e la propria
vita familiare.
Non chiediamo un trattamento speciale perché siamo
donne. Chiediamo condizioni di lavoro compatibili con una
vita normale.
NON È UNA GUERRA TRA
FARMACISTI E TITOLARI
Vorrei essere molto chiara anche su questo punto.
Questa lettera non vuole trasformarsi in una contrapposizione
tra farmacisti dipendenti e titolari.
So bene che anche le farmacie devono affrontare difficoltà
economiche, costi crescenti, adempimenti, carenza di
personale e un sistema sanitario in trasformazione.
Ma proprio per questo è necessario affrontare il problema a
livello di sistema.
Perché non possiamo chiedere alla farmacia di essere sempre
più protagonista della sanità territoriale senza interrogarci sulle
condizioni di chi rende possibile quella trasformazione.
La farmacia dei servizi non esiste senza i suoi professionisti.
La prevenzione non esiste senza chi la realizza.
La telemedicina non esiste senza chi la gestisce.
Le vaccinazioni non esistono senza chi le somministra.
La presa in carico del paziente non esiste senza chi ogni giorno
lo ascolta.
Il capitale più importante della farmacia non è soltanto
quello economico. È quello umano e professionale.
E ALLORA MI RIVOLGO
ALL’ORDINE
Mi rivolgo pubblicamente al Presidente dell’Ordine dei
Farmacisti di Roma.
Non per chiedere all’Ordine di fare ciò che non gli compete.
Il rinnovo del CCNL è materia della contrattazione tra le parti.
Ma l’Ordine rappresenta la professione.
E allora vorrei porre una domanda:
qual è la posizione dell’Ordine davanti a una professione
che vede aumentare competenze e responsabilità mentre
migliaia di farmacisti dipendenti attendono da oltre due
anni il rinnovo del proprio contratto?
Qual è il messaggio che vogliamo dare ai giovani che oggi
scelgono Farmacia?
Che dopo cinque anni di università, tirocinio, abilitazione,
formazione continua e responsabilità professionale, il loro
futuro sarà quello di una professione sanitaria sempre più
complessa, ma con una valorizzazione economica che non
tiene il passo?
E soprattutto:
che cosa stiamo facendo per evitare che i giovani più
preparati scelgano altre strade?
Perché questo è il vero rischio.
Quando una professione non viene adeguatamente valorizzata,
prima o poi perde attrattività.
E quando perde attrattività, perde futuro.
NON CHIEDIAMO PRIVILEGI
Non chiediamo di essere considerati eroi.
Non chiediamo stipendi fuori dalla realtà.
Non chiediamo privilegi.
Chiediamo coerenza.
Se siamo professionisti sanitari, vogliamo che questo
riconoscimento abbia conseguenze concrete.
Se siamo protagonisti della sanità territoriale, vogliamo che il
nostro lavoro venga valorizzato.
Se ci vengono affidate nuove competenze e nuove
responsabilità, vogliamo che vengano riconosciute.
Se la professione è cambiata, anche il contratto deve cambiare.
Se il costo della vita è aumentato, gli stipendi devono poter
recuperare il potere d’acquisto perduto.
E se la maggioranza della professione è costituita da donne,
l’organizzazione del lavoro deve essere finalmente compatibile
con la vita delle donne e delle famiglie.
LE NOSTRE RICHIESTE
Per questo chiediamo:
- Il rinnovo del CCNL.
Dopo oltre due anni dalla scadenza, è necessario arrivare a un
accordo. - Un adeguamento salariale reale.
Non soltanto un aumento nominale, ma un intervento capace di
recuperare concretamente il potere d’acquisto perso e di
valorizzare le responsabilità professionali. - Una nuova valorizzazione della figura del farmacista.
Le competenze maturate negli ultimi anni devono trovare un
riconoscimento anche nell’inquadramento e nella progressione
professionale. - Un contratto adeguato alla farmacia dei servizi.
La trasformazione della farmacia deve essere accompagnata da
una trasformazione delle condizioni di lavoro di chi quei
servizi li realizza. - Una vera politica di conciliazione vita-lavoro.
Turni, sabati, orari prolungati e organizzazione del lavoro
devono essere ripensati alla luce della realtà delle famiglie di
oggi. - Un confronto istituzionale sul futuro del farmacista
dipendente.
Chiediamo che Ordini, rappresentanze datoriali, organizzazioni
sindacali e istituzioni si confrontino non soltanto sul rinnovo di
un contratto, ma sul futuro della professione.
PERCHÉ QUESTA NON È
SOLTANTO UNA VERTENZA
SINDACALE
Questa è la parte più importante.
Il rinnovo del CCNL non riguarda soltanto i farmacisti.
Riguarda il futuro della farmacia italiana.
Riguarda la capacità di attrarre giovani professionisti.
Riguarda la qualità dei servizi.
Riguarda la continuità dell’assistenza.
Riguarda il futuro della sanità territoriale.
E riguarda, alla fine, anche i cittadini.
Perché una farmacia forte ha bisogno di professionisti
competenti, motivati e adeguatamente valorizzati.
Non possiamo costruire la farmacia del futuro sulle spalle di
professionisti che fanno sempre di più e ricevono sempre meno
in termini di riconoscimento.
BASTA ESSERE ESSENZIALI
SOLO QUANDO SERVE
Durante la pandemia eravamo essenziali.
Quando il cittadino ha bisogno di un consiglio, siamo
essenziali.
Quando deve orientarsi tra i servizi sanitari, siamo essenziali.
Quando deve effettuare uno screening, una vaccinazione, un
ECG o un altro servizio, siamo essenziali.
Quando il sistema sanitario ha bisogno di prossimità, siamo
essenziali.
Allora perché non dovremmo esserlo anche quando si parla
della nostra dignità professionale?
Il contratto è scaduto.
La professionalità no.
Le responsabilità no.
Le competenze no.
La formazione continua no.
La fatica no.
E nemmeno il costo della vita si è fermato.
Quello che è rimasto fermo è il riconoscimento contrattuale di
migliaia di professionisti.
E non possiamo più considerarlo normale.
Non chiediamo di essere trattati da eroi.
Chiediamo di essere trattati da professionisti sanitari.
Con uno stipendio adeguato.
Con condizioni di lavoro sostenibili.
Con la possibilità di conciliare professione e famiglia.
Con un contratto al passo con il lavoro che ci viene chiesto di
svolgere.
E soprattutto con il rispetto che una professione sanitaria
merita.
Perché alla domanda “quanto vale un farmacista?” non
dovrebbe più essere possibile rispondere soltanto con una
cifra in busta paga.
Dovremmo poter rispondere con una parola molto più
semplice:
valore.
