ENPAF: quanto costa essere farmacisti?
ENPAF: quanto costa essere farmacisti?

La previdenza che paghiamo, quella che conosciamo e le domande che dovremmo iniziare a fare

C’è una voce che accompagna il farmacista praticamente dall’inizio della sua vita professionale. Arriva puntuale, anno dopo anno, e difficilmente lascia spazio a interpretazioni: ENPAF.

Ma quanto conosciamo davvero ciò che stiamo pagando?

La domanda non nasce necessariamente da una critica all’Ente. Nasce, piuttosto, da un’esigenza di consapevolezza. Perché la previdenza non dovrebbe essere soltanto un obbligo da assolvere, ma una parte della nostra vita professionale che sarebbe utile comprendere.

Nel 2026 il contributo ENPAF a quota intera ammonta a 5.388 euro per la previdenza, ai quali si aggiungono 31 euro per l’assistenza e 11 euro per la maternità, per un totale di 5.430 euro. Sono previste, a determinate condizioni, forme di contribuzione ridotta: dal 33,33% al 50%, fino all’85%, oltre al contributo di solidarietà per alcune categorie. 

Numeri importanti, soprattutto se considerati nel corso di una carriera professionale che può durare decenni.

Ed è proprio qui che nasce la prima domanda.

Quanto versiamo e per che cosa?

Il farmacista conosce spesso molto bene l’importo da pagare, ma molto meno il funzionamento complessivo del proprio sistema previdenziale.

L’ENPAF non è soltanto pensione. È un ente di previdenza e assistenza e accanto alla componente previdenziale prevede interventi di welfare rivolti agli iscritti in diverse situazioni.

Nel 2026, per esempio, è stato confermato lo stanziamento di 400 mila euro per un contributo assistenziale una tantum destinato ai farmacisti liberi professionisti e alle figure assimilate, mentre per i farmacisti specializzandi è stato confermato uno stanziamento di 150 mila euro. 

Anche il sostegno alle farmacie rurali è stato confermato per il 2026, con uno stanziamento di 800 mila euro. 

Queste misure raccontano un aspetto importante: il rapporto tra farmacista ed ENPAF non si esaurisce nel semplice pagamento di un contributo.

Ma proprio per questo diventa ancora più importante sapere quali prestazioni esistono, a chi sono rivolte e con quali requisiti possono essere richieste.

La questione della contribuzione insieme all’INPS

È probabilmente uno degli aspetti che genera più interrogativi tra i farmacisti dipendenti.

Chi lavora come dipendente è infatti inserito anche nel sistema previdenziale generale. E così può nascere una domanda molto semplice, che spesso viene espressa in modo altrettanto semplice:

“Perché devo versare anche all’ENPAF?”

La risposta richiede di conoscere la natura della contribuzione e le possibilità previste dalla normativa dell’Ente.

Per determinate categorie sono infatti previste riduzioni contributive o il versamento del contributo di solidarietà. Nel 2026, ad esempio, per i dipendenti che rientrano nei requisiti è indicato un contributo di solidarietà pari al 3% del contributo intero, corrispondente a 162 euro di previdenza, oltre alle quote per assistenza e maternità. 

Non significa, quindi, che tutti i farmacisti dipendenti paghino necessariamente la quota intera.

Ma significa che il tema merita di essere conosciuto.

Perché scegliere consapevolmente una forma contributiva è molto diverso dal scoprirla soltanto quando arriva un avviso PagoPA.

E la pensione?

Qui arriviamo probabilmente alla domanda più difficile.

Che cosa rappresentano, concretamente, gli anni di contribuzione ENPAF nella nostra futura pensione?

È una domanda legittima.

E forse dovrebbe diventare una domanda abituale, soprattutto in una professione nella quale esistono percorsi lavorativi molto diversi: dipendente, titolare, socio, libero professionista, collaboratore, professionista con attività miste.

Il sistema prevede anche la possibilità, per chi abbia versato contributi ridotti, di chiedere il reintegro di tutti o parte degli anni interessati prima del pensionamento. 

Questo dato, da solo, dovrebbe farci capire quanto sia importante non considerare la contribuzione come una semplice voce di spesa annuale.

Ogni scelta contributiva può avere conseguenze sul percorso previdenziale.

La domanda che dovremmo fare più spesso

Forse il problema non è soltanto quanto costa l’ENPAF.

La vera domanda è:

quanto conosciamo il sistema previdenziale al quale apparteniamo?

Sappiamo quale contribuzione stiamo versando?

Sappiamo se abbiamo diritto a una riduzione?

Conosciamo le prestazioni assistenziali disponibili?

Sappiamo che cosa cambia tra contribuzione intera, ridotta e solidarietà?

Sappiamo quale sarà l’effetto delle nostre scelte sul nostro percorso previdenziale?

E soprattutto: abbiamo mai chiesto all’ENPAF di spiegarcelo in modo semplice?

Sono domande che non dovrebbero essere considerate polemiche.

Al contrario, sono domande di cittadinanza professionale.

Un farmacista dovrebbe poter comprendere non soltanto quanto guadagna, quanto paga di tasse e quanto versa per la previdenza, ma anche quale sistema sta contribuendo a sostenere e quali tutele quel sistema mette a disposizione.

Perché conoscere la propria previdenza significa, in fondo, conoscere una parte del proprio futuro.

E forse è arrivato il momento che l’ENPAF non sia più soltanto quella voce che troviamo tra le scadenze annuali.

Dovrebbe essere un ente che il farmacista conosce.

E sul quale, proprio perché contribuisce a sostenerlo, si sente libero di fare domande.

Anche quelle scomode.

Eleonora Teti